Ciao e ben ritrovati!
Secondo appuntamento della rubrica “showroom“.
Questa volta potete leggere una bella intervista di Stefano Gelao a Ivano Ziggiotti, grande conoscitore dell’Ars Illuminandi, la miniatura medievale. Buona lettura!

1. Come ha scoperto, ma soprattutto perché ha continuato a praticare la calligrafia e la miniatura? Cosa ha portato nella sua vita la pratica scriptoria?
Sembrerà banale, ma già da bambino ero affascinato da tutto ciò che poteva essere un prodotto artigianale, mi piaceva praticamente tutto quello che poteva essere prodotto a mano da qualcuno. La prima cosa che osservo di una persona sono le mani, le guardo pensando a cosa potrebbero fare se ben guidate da un cervello creativo. Esse sono l’estensione visibile del pensiero. La parola “mano” associata alla parola “scritto” crea il vocabolo ”manoscritto” che nel mio pensiero di bambino evocava il massimo del “fatto a mano”, dell’artigianale, era la sintesi del mio concetto di artigianalità, di manualità. Le miniature e ed i suoi colori poi esercitavano un’attrazione fatale per me e pensavo che avrei tanto voluto un giorno, da grande, imparare a farle. Il primo approccio però con la calligrafia lo ebbi nel 1988 quando chiesi ad un mio amico, che studiava architettura a Venezia, una penna per scrivere un numero di telefono (i cellulari erano ancora lontani dall’essere un oggetto comune) e lui mi diede una penna stilografica a punta tronca che prima d’ora non avevo mai visto. Quando scrissi il numero di telefono ed il nome dell’intestatario mi si aprì un mondo, capii in un attimo come gli antichi copisti potevano scrivere quelle belle lettere, che io tanto ammiravo, con uno strumento così semplice. Me ne feci procurare subito una e dentro alla confezione c’erano tre diverse misure di pennini ed un piccolo manuale con i modelli della cancelleresca e del gotico che mi affrettai a copiare. Fu nel 1996 però che conobbi l’Associazione calligrafica italiana grazie ad un manuale di calligrafia che comprai in una libreria di Vicenza nel cui colophon trovai il numero di telefono della segreteria che, ovviamente, contattai immediatamente e mi diede tutte le informazioni del caso. Anna Schettin era la responsabile per Vicenza dell’Associazione nonché organizzatrice dei corsi e mi misero in contatto con lei, fu subito amicizia. Cominciai allora a frequentare regolarmente i corsi dell’Associazione nei quali ho appreso praticamente la quasi totalità del mio sapere in materia. Frequentando i corsi sono stato preso dal vortice della conoscenza calligrafica che mi ha intrappolato nella sua forza centripeta dalla quale non sono più riuscito a fuggire. Praticare la calligrafia applicandola ad un progetto come un manoscritto, mi ha permesso di addentrarmi in altri campi come quello della chimica (alchimia per esattezza, o proto chimica), la botanica e la mineralogia. Tutto però volutamente in modo elementare ma molto pratico per avvicinarmi il più possibile alle conoscenze e al pensiero degli amanuensi medievali che erano sicuramente persone semplici, intendo dire che non conoscevano gli atomi e le formule chimiche e la tavola periodica degli elementi, ma facevano cose meravigliose lo stesso. Tutto questo mi ha insegnato soprattutto ad agire secondo i tempi della natura e del ritmo delle giornate.

2. Cosa significa essere un calligrafo ed un miniatore? E cosa significa esserlo oggi?
Essere un calligrafo e un miniatore significa avere le conoscenze sopracitate. Per chi fa calligrafia e miniatura come faccio io, seguendo cioè in modo filologico la pratica e l’uso degli stessi materiali usati dagli antichi amanuensi, è necessario che abbia ben presente quali fossero davvero questi materiali, il loro modo di usarli, di trasformarli, qual è il periodo giusto per la raccolta se si tratta di vegetali, fiori, erbe o bacche che siano. Bisogna sapere che i colori antichi erano spesso costituiti da sostanze molto pericolose per la salute, talvolta anche mortali. La sola conoscenza della tecnica pittorica non basta, serve anche conoscere la natura di quello che si sta usando. Ovviamente per coloro che praticano la calligrafia e la miniatura usando materiali moderni, colori industriali frutto di sintesi chimica e supporti moderni come la carta, allora tutto quello che ho detto sopra viene a mancare perdendo una grossa fetta di emozione. Essere un amanuense al giorno d’oggi significa soprattutto dovere fare una scelta, cioè se usare le tecniche ed i materiali tradizionali oppure materiale contemporaneo acquistato in negozi specializzati che offrono una enorme gamma di pigmenti, carte e colori già pronti all’uso. Si deve chiedere se intende continuare con la tradizione, cioè usando i materiali antichi pur creando opere assolutamente contemporanee oppure se usare materiali moderni e produrre manoscritti dal gusto odierno o cercando invece di imitare le pagine antiche. Non è una scelta facile, io ho scelto la prima, cioè l’uso di materiali antichi per manoscritti contemporanei dal gusto antico. La libertà di scelta è fondamentale, ognuno potrà optare per l’una o per l’altra filosofia, l’importante è che sia onesta, cioè non faccia passare per antico ciò che non lo è. Il mio rapporto con la calligrafia e affini è un rapporto anche “materico”, sensuale. Mi piace sentire i profumi o gli odori della materia con cui mi rapporto in quel momento, ogni colore ha un suo “aroma”, una sua storia che purtroppo i colori moderni non hanno.

3. Cosa si prova quando si scrive qualcosa che – per la natura dei materiali su cui è stato vergato – è destinato a perdurare nei secoli?
La sensazione è quella di consapevolezza. So che sto creando un’opera che mi sopravviverà e per la quale un giorno qualcuno, forse, mi potrà giudicare, potrà trarre delle conclusioni sul mio modo di operare o potrà essere usata come prova di un qualcosa di avvenuto in una determinata data in quel determinato posto. Un esempio di quello che sostengo l’ho avuto andando a vedere una mostra tenuta recentemente a Verona all’interno della Biblioteca Capitolare di quella città. La mostra si intitolava “Verona al tempo di Ursicino”. Bene, Ursicino era un copista al servizio della cattedrale di Verona che per primo nella storia dei libri manoscritti datò e firmò un’opera, era il primo di agosto del 517, sì hai letto bene, 517 d.C, cioè ben 1501 anni fa. Ecco allora che quel libro, con quella data ha potuto dare una datazione per difetto alla nascita della biblioteca Capitolare di Verona che è attualmente la più antica biblioteca del mondo occidentale attiva ininterrottamente da quando fu fondata. Per difetto perché è certo che esisteva già da prima, ma quel libro ha permesso di certificare la sua fondazione in quel periodo. Il libro è perfettamente conservato e questo prova che opere eseguite con quei materiali sono molto longeve, questo mi gratifica molto! I materiali usati allora sono stati per secoli sempre gli stessi e lo dimostrano i numerosi ricettari che si sono succeduti per centinaia d’anni nei quali le ricette sono sostanzialmente le stesse, dal primo all’ultimo.

4. Come si impara ad imparare il metodo antico di fare calligrafia e miniatura? Dove ci si rivolge? Quali sono le fonti?
Questa forma di espressione artistica si impara seriamente frequentando corsi organizzati da associazioni serie e ben collaudate che fortunatamente in Italia non mancano adesso. Io ventidue anni fa ebbi la fortuna di cadere in braccio all’ACI (associazione calligrafica italiana) che allora era una pioniera della calligrafia in questa Nazione, e partii con il primo corso organizzato a Vicenza da Anna Schettin sullo stile onciale. Il docente era Giovanni de Faccio con il quale poi feci altri corsi e studiai altri stili calligrafici. Per quanto riguarda la miniatura io devo ringraziare Anna Ronchi che organizzò nel maggio del 2000 a Matraia (LU) un corso di cinque giorni con il “guru” della miniatura europea che si chiama Klaus-Peter Schäffel. Lui mi spiegò e mi insegnò le basi per fare la miniatura, mi svelò i materiali e come si utilizzano e mi incastrò in questo mondo di colori e di lettere da cui non riesco più ad andarmene. Con lui è cominciata poi una sorta di collaborazione in cui ci scambiamo esperienze ed esperimenti di ricette antiche e di materiali. Esistono molti libri a tal proposito, libri che riportano gli antichi ricettari tradotti in italiano e ricchi di note dell’autore che spesso è un laureato in chimica il quale spiega quale fosse la materia e la sua lavorazione per arrivare ad ottenere quel colore descritto in quella determinata ricetta permettendo a chiunque di riprodurla con relativa facilità. Comunque è sempre necessario per un neofita partecipare ad un seminario per capire la base del meccanismo e avere un minimo di esperienza pratica e visiva di come si deve procedere.

5. Perché fare calligrafia col metodo antico, quando gli strumenti ed i materiali più moderni permettono risultati simili e sono molto meno laboriosi?
La risposta sta proprio nella domanda. Non mi piace ottenere facilmente una cosa. Non amo i cibi in scatola, le buste da mettere nel microonde e tutti i cibi precotti, mi piace perdere tempo nel prepararmi anche magari una pasta in bianco con quattro foglie di basilico e un filo d’olio d’oliva piuttosto di aprire una busta di Amatriciana fatta da altri. Così è anche la mia filosofia applicata al manoscritto. Tutto deve dipendere da me. Ovvio che alcuni ingredienti li compro anch’io, non mi faccio tutto in casa, ad esempio i colori più pericolosi a base di piombo o mercurio (oro musivo a parte) li compro in negozi specializzati che mi garantiscono l’autenticità, ma l’80% del materiale che occupa i miei lavori è auto prodotto.
“Niente senza grande fatica la vita concede ai mortali” diceva Orazio.

6. Prepara da solo inchiostri e colori? Ci racconta un aneddoto sul mondo degli inchiostri o dei colori naturali?
Sì, preparo quasi la totalità dei miei colori e dei miei inchiostri da solo, nel mio studio o nella cucina di casa tranne quando devo preparare l’oro musivo, la cosiddetta porporina. Si tratta di un colore che imita l’oro in polvere che ho riprodotto seguendo le numerose ricette che si sono succedute dal ‘200 e riportate in numerosi ricettari medievali. Questo colore non lo producono più nemmeno i laboratori industriali di colori perché ha un ingrediente altamente tossico, il mercurio. Per la sua produzione sono necessarie circa dieci ore di cottura a fuoco abbastanza sostenuto, ma il problema sono i vapori di mercurio che si sprigionano durante la “cottura” per cui questo colore l’ho fatto a cinquecento metri da casa mia con il vento che portava via ogni minima traccia di mercurio e sono ancora qui a raccontarvelo sano e salvo.
A me piace chiamare i colori con il loro nome e non con il loro soprannome. Io non dico il colore blu, rosso arancione azzurro o verde, ma dico lapislazzuli, cinabro, minio, azzurrite, malachite, succo di spincervino, succo d’iris, orpimento o lacca di reseda per dire giallo, terra di Siena naturale o bruciata, ematite, biacca o cerusa per il bianco e via discorrendo. Leggendo i manuali medievali si ha anche uno spaccato di vita all’interno del laboratorio alchemico di quei tempi, si legge per esempio di prendere una manciata di una tale sostanza e di un’altra di prenderne quanto una noce o una fava, coprire il tutto con lisciva forte fatta di legno di quercia tanto che stia sotto di due dita e far bollire per lo spazio di due Padrenostri o di quattro Avemaria. Capite allora quanto empirica fosse dunque la tecnica per produrre i colori, molto dipendeva da quanto lentamente o velocemente pregavi!

7. Quali sono i passi che un neofita deve compiere per arrivare un giorno a produrre un’opera come la sua?
Innanzi tutto, come detto prima, è fondamentale che frequenti corsi con insegnanti di provata capacità i cui lavori siano noti, siano visibili su pubblicazioni a stampa o tramite siti web in modo da orientare il neofita a trovare ciò che sta cercando. Quando ha trovato il corso giusto per lui lo frequenti cercando di dare il massimo per capire ciò che sta ascoltando dal docente e che non si faccia scrupoli nel porre domande all’insegnante. Più si interagisce con il maestro più si crea quella giusta atmosfera di dare e avere. Non deve aver paura di “porre una domanda stupida”, le domande stupide sono le domande non fatte!
Una volta fatti i corsi che servono si deve mettere in pratica ciò che si ha imparato e qui gioca un ruolo fondamentale avere a disposizione molte immagini di lavori di artisti del passato o contemporanei a cui ispirarsi e cercare di copiare osservando attentamente se si riscontrano le tecniche che il nostro maestro ci ha insegnato. Sapendo ciò quando il neofita guarderà una miniatura riprodotta su un libro o, meglio ancora, se la troverà digitalizzata in un sito di una biblioteca (attualmente ce ne sono decine e decine a disposizione) dove la risoluzione è talmente alta da poterla osservare meglio che dal vero, la potrà analizzare e copiare senza alcun problema. Deve andare in bulimia di immagini, io ho osservato decine e decine di immagini più e più volte e ancora lo faccio e ogni volta scopro nuovi dettagli e nuove ispirazioni. Solo così si riesce ad acquisire un occhio estetico e critico e si memorizzeranno le proporzioni e le forme. La pratica della copiatura è importante però non deve essere l’unica, prima o poi bisogna uscirne e crearsi un proprio stile. Nel mio manoscritto “Qohèlet” ho reinterpretato in un manoscritto occidentale lo stile Tezhip che normalmente viene usato per decorare i manoscritti turchi con calligrafie in caratteri persiani. Ne è uscito un lavoro molto fresco e dinamico che non imita i manoscritti antichi ma li reinterpreta. L’allenamento e la pratica sono la base di tutto. Non è necessario ovviamente durante la fase di esercizio e apprendimento usare i colori tradizionali, sarebbe uno spreco di prezioso materiale e dunque di denaro, è sufficiente usare dei colori a tempera e degli acquerelli di buona qualità ed i risultati saranno lo stesso garantiti. Evitare come la peste quella carta finto pergamena è la prima cosa da fare, usare della buona carta da disegno liscia sarà la seconda. Una volta acquisita la mano si potrà procedere alla progettazione del lavoro manoscritto ricercando dapprima i materiali che, grazie ad internet e i buoni motori di ricerca adesso si trovano facilmente, e poi procedere come il maestro ha insegnato durante il corso.

8. C’è un futuro per la scrittura a mano? Dove sta andando la calligrafia?
Sì, la scrittura a mano avrà certamente un futuro, lo vedo nei molti giovani che frequentano i vari corsi, lo vedo nei post sui social. Mi preoccupa però il fatto che molte volte vedo scritture a mano, ma non vedo calligrafia. Scrivere non è fare calligrafia, scrivere è tracciare delle lettere con una sequenza logica che porta ad una frase di senso compiuto; la lista della spesa si scrive, una nota a bordo pagina si scrive, un post-it si scrive ma la calligrafia è un’altra cosa. Certamente la calligrafia avrà un futuro e lo avrà perché i giovani la riscopriranno tramite strumenti scrittori nuovi, più espressivi più adatti ai loro tempi, ma per farlo nel modo corretto dovranno frequentare quei corsi di cui parlavo sopra nei quali già li vedo numerosi. La calligrafia non essendo più utile alla trascrizione di libri, sta andando verso applicazioni più commerciali sotto forma di marchi, logotipi, insegne di negozi o manifesti pubblicitari, nelle etichette dei vini, come decorazione parietale o partecipazioni di nozze, opere artistiche da appendere ai muri di casa come un quadro oppure come definitivo per un tatuaggio. Molte volte la vediamo nelle copertine di libri o di dischi di autori importanti. Ha una vasta applicazione a volte anche in cose modeste come le etichette delle marmellate fatte in casa.

9. La calligrafia può essere un lavoro? E nel caso, come renderlo tale?
Abbiamo a disposizione numerosi calligrafi che di questa arte ne ha fatto una professione, non faccio i nomi perché potrei dimenticarne alcuni, ma penso che molti di voi li conoscano già. C’è chi tra loro si dedica alle insegne scritte a pennello, chi è più orientato alle etichette di vini o chi disegna nuove font per il computer, chi fa tutte queste cose insieme, chi insegna in scuole di grafica, chi come grafico la usa come forma di base per un lavoro che poi digitalizzerà e modificherà a suo uso e consumo al computer, insomma è un mondo vasto con svariare applicazioni. Io per vivere faccio un altro lavoro che amo allo stesso modo della calligrafia e per questo motivo non la pratico come professione, ma avrei potuto farlo avendo avuto molte proposte da parte di bibliofili che mi chiedevano di fare per loro un manoscritto. Preferisco fare della calligrafia una sorta di intima e personale relazione con la materia ad uso personale.

10. Ci parli della sua ultima opera, La Teogonia: perché questo titolo? Quanto lavoro ha richiesto? Quante illustrazioni? Cosa si prova alla fine di un lavoro che ha richiesto così tanta cura, attenzione e tempo?
Una volta, durante una chiacchierata con la giornalista che mi stava intervistando, mi pose la domanda di come scegliessi i testi per i miei manoscritti e io le risposi che li scelgo per il loro spessore morale, filosofico o culturale che possiedono. Lei mi chiese ancora allora come sceglievo i titoli e io le risposi che sono loro a scegliere me. E così è capitato anche per la Teogonia. La Teogonia è un poemetto di Esiodo (poeta greco del VIII secolo a.C. VII secolo a.C) in cui il poeta parla della genealogia degli Dei. La scelta di questo testo è stata causata dal fatto che a me piace molto fare le parole crociate e una definizione mi incuriosiva sempre quando mi capitava di leggerla ed era questa: “Poemetto di Esiodo”, tre lettere. La soluzione era EEE. Andai su Google a vedere chi fosse questo Esiodo e cos’era questo poemetto EEE. Capii che si trattava dell’opera nota come Eoie o Eee, un poema diviso in 5 libri […] però mi incuriosiva conoscere l’intera opera letteraria di Esiodo e così comprai un libro con tutte le sue opere. Quando lo sfogliai mi imbattei sul titolo Teogonia e lì mi illuminai perché capii di avere individuato l’opera che stavo cercando per il mio nuovo manoscritto. Il suffisso “Teo” mi fece capire che si trattava di un poema che parlava di Dei e così mi misi a leggerlo e decisi che quello era il testo di cui avevo bisogno. Esiodo vi descrive la nascita degli dei a partire da Caos che generò Urano il quale sposò Gea che generò Crono…ecc. Lui mi aveva trovato dopo un lungo peregrinare. A questo punto dovevo scegliere il formato, lo stile calligrafico e lo stile decorativo, optai per un formato che mi permettesse di usare quella pergamena che avevo in casa da più di dieci anni e che dovevo farmi bastare, cercai uno stile calligrafico scorrevole che mi permettesse di affrontare la trascrizione in modo veloce e allo stesso tempo elegante del testo che decisi di impaginare su due colonne per rendere la pagina più slanciata e meno nera. La cancelleresca mi sembrò la più adatta alla mia esigenza. Decisi che lo stile decorativo doveva essere in armonia con lo stile calligrafico che scelsi e sbirciando tra le immagini che riproducevano manoscritti in cancelleresca vidi che la decorazione a foglie di acanto era la più usata. Ovviamente non volevo riprodurre le foglie come quelle dei manoscritti antichi quindi cominciai una ricerca sul web di decorazioni a foglie di acanto applicate nelle varie forme d’arte ed alla fine incappai nelle immagini di incisioni su metallo in cui le foglie erano incise con tratti essenziali e quasi sempre su fondo nero o comunque scuro che evidenziavano la foglia. Mi innamorai subito e decisi di usarle come modello base per incorniciare i ritratti dei vari Dei che avrei messo nel mio manoscritto. La decorazione più importante la troviamo nelle due pagine iniziali del libro, è speculare e si differenzia per la diversa disposizione dei colori di fondo delle due pagine, la pagina di sinistra è incorniciata da foglie di acanto dipinte con oro in conchiglia e “incise” con nero fumo, ma il medaglione che incornicia il ritratto di Crono è in foglia d’oro su asiso brunito che contrasta con l’opacità dell’oro in conchiglia. Sul bordo sinistro c’è la figura di Urano ritratto con un semplice tratto a inchiostro e lasciato con la carnagione bianca che è il colore della pergamena, la veste è colorata di giallo fatto con il succo di spincervino acerbo. La campitura dello sfondo è eseguita con nero di vite, con lacca di cocciniglie e legno brasile e con lapislazzuli. Al centro troneggia Giove con i suoi simboli di riconoscimento. La pagina di destra ha la stessa cornice e impianto decorativo ma si differenzia per la disposizione in posti diversi dei colori di fondo che sono l’azzurrite e di nuovo il nero di vite e la lacca di cocciniglia e legno brasile e per la presenza nel tondo a pie’ pagina del ritratto di Rea e della figura nel margine destro di Gea anch’essa raffigurata come Urano e vestita dello stesso giallo e con una lacca di legno brasile. Altri undici ritratti di altrettanti Dei sono dipinti in tondi a pie’ pagina e incorniciati con foglie di acanto dipinte con oro in conchiglia. Mi ci sono volute in totale circa 250 ore di lavoro che ho impiegato per progettare ed eseguire questa opera che conta quarantaquattro pagine. Attualmente è presso il laboratorio del rilegatore che tra qualche giorno mi consegnerà.
Alla fine di un lavoro come questo la sensazione è di liberazione e soddisfazione per avere terminato un lavoro tanto bello quanto impegnativo e le parole che mi vengono in mente sono quelle scritte da un monaco dell’abbazia di Corbie in Francia in epoca medievale che dicevano così: ”Caro lettore, allorché tu volterai queste pagine, con le tue dita vedi di non rovinarne la scrittura. Nessuno meglio che il copista sa cosa significhi un lavoro difficile. È così dolce al copista tracciare l’ultima riga come al marinaio riapprodare al suo porto natale. Solo tre dita del maestro hanno tenuto il calamo, ma tutto il suo intero essere ha sofferto del lavoro”.


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